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L’Italia di fine anno

Una rappresentante del popolo che con fare sbrigativo e risoluto procede nella bailamme generale all’approvazione in senato di alcuni importanti emendamenti riguardanti la riforma dell’università voluta dal ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini. «Chi è favorevole, chi è contrario, approvato» è la formula ripetuta in sequenza decine e decine di volte dalla vicepresidente dei senatori non che esponente della Lega Nord Rosi Mauro.

Una delle forme della più alta espressione della sovranità popolare ridotta  ad un grottesco e squallido mantra. In quello che dovrebbe essere il tempio laico del confronto e del dibattito parlamentare per l’ennesima volta si consuma la blasfemia di un potere barbaro e refrattario a qualsiasi forma di buon senso prima ancora che di limite. Il diritto, i suoi riti e le sue forme ridotti a stupide incombenze da liquidare con un operare da massaia ossessionata dal rispetto dei tempi.

Il ministro  dei Beni Culturali Sandro Bondi che furtivo durante alcune votazioni sempre a Palazzo Madama si diletta per necessità o vezzo a votare anche per un altro ministro.

Alte cariche dello stato garanti della legalità e del diritto che alla limpidezza dell’agire integerrimo e al rispetto del ruolo proprio e delle istituzioni che rappresentano preferiscono l’ombra del sotterfugio e del piccolo tornaconto personale.

Il premier in carica Silvio Berlusconi che in una trasmissione televisiva dichiara tra l’adirato e il provocatorio: «Se il legittimo impedimento sarà bocciato io continuerò a governare, scenderò in piazza e farò vergognare i giudici»

Il potere esecutivo che si mescola con quello giudiziario fino a creare un fetido amalgama dai tratti difficilmente distinguibili.

Migliaia di ragazzi che scesi nelle periferie della capitale  protestano contro una riforma della scuola a loro dire sbagliata e fuorviante armati semplicemente di slogan, proposte e fiori, mentre la politica abbarbicata nei palazzi del potere discute del futuro loro e del paese intero.

La forza degli ideali in una società governata da un’ipocrita afonia e l’utopia della realizzazione di un’Italia finalmente giusta.

Lo spaccato politico degli ultimi scampoli del 2010 è nella dicotomia tra un potere sordo e patetico che fagocita sempre più se stesso e un’ansia di rinnovamento da parte di chi privo di qualsiasi futuro tenta disperatamente di tesserne uno degno di questo nome.

Sullo sfondo però imperterrito continua a campeggiare un interrogativo: è realmente questa la democrazia?

 

Raffaele de Chiara

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La vera sconfitta

“Una vittoria di Pirro” per molti il recente successo di Silvio Berlusconi in parlamento ha comportato un dispendio di risorse da parte di quest’ultimo talmente alto da impedirgli di governare.Voti a favore 162, contrari 135, 11 quelli astenuti, il senato approva la mozione di fiducia. Alla Camera con 314 voti contro, 311 a favore e due astenuti è altresì respinta la mozione di sfiducia. Può Berlusconi governare con soli tre voti di scarto a Montecitorio? Sì. A dirlo è la nostra Costituzione che non prevede una maggioranza minima per poter amministrare il Paese;  il come è esclusivamente una questione politica che spetta a chi si assume l’onere e l’onore di governare.

Quello che realmente preoccupa è altro.

Mentre negli alti palazzi della politica si stabilivano le sorti del Paese nelle strade immediatamente adiacenti, una folla di giovani esasperati e di militari invasati metteva a soqquadro Roma. Vetrine sfondate, pali divelti e strade letteralmente sfasciate è ciò che rimane all’indomani di una giornata di pura follia, una giornata in cui la legalità e l’idealismo si sono ancora una volta mischiati  e sciolti in un fetido e torbido amalgama nichilista.

Corpi insaguinati e pestati nonostante fossero immobilizzati ed inermi a terra da energumeni con caschi, manganelli e scudi. http://www.youtube.com/watch?v=8BbuDAJGsWY   Si scopriranno poi essere, giovanissimi adolescenti gli uni e forze dell’ordine (sic) gli altri. Sanpietrini e segnali stradali usati come armi improprie contro gli agenti da ragazzi normali, fanatici per la rabbia e la frustrazione di non aver un futuro.

«Vivere quarant’anni o ottanta che differenza fa? Per chi come noi si alza all’alba e lavora fino a sera non c’è distinzione, se morissimo domani perderemo semplicemente un’altra giornata di lavoro» E’ l’amara riflessione di un manovale di ritorno dalla sua giornata lavorativa ascoltata in treno durante un viaggio recente. Avrà avuto al massimo trent’anni sebbene, dal viso crepato dal gelo e dalle mani callose ne dimostrasse già cinquanta.

Le polemiche sterili sulla possibilità o meno da parte di Berlusconi di governare con un’ esigua maggioranza.

 

 

 

Gli scontri di Roma durante i quali mentre un agente aggredito spavaldo impugna una pistola per difendersi contro giovani disarmati un adolescente smarrito dapprima brandisce pali e poi in una grottesca confusione di ruoli impugna manganelli e manette osservando attonito la follia collettiva.

Il giovane manovale per cui la vita è semplicemente una fatica alienante.

E’ un’Italia che ha perso tutto. 

 

Raffaele de Chiara

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L’Italia peggiore

Una ragazzina di tredici anni inghiottita dal nulla in un pomeriggio di fine autunno in uno sperduto e tranquillo paesino del nord. Yara Gambirasio, questo il nome dell’adolescente di Brembate di Sopra in provincia di Bergamo, manca da casa da oltre quindici giorni, è uscita per andare in palestra e non ha fatto più ritorno.

Gli inquirenti, da subito iperattivi, brancolano nel buio fino a qualche giorno fa, quando approdano ad una prima svolta: coinvolto nella scomparsa della ragazzina sarebbe un marocchino. Troppi gli elementi a suo carico che non quadrano.

Il giovane straniero, fermato su una nave diretta in Marocco salpata qualche giorno dopo la scomparsa, lavorava nello stesso cantiere dove, secondo l’olfatto dei cani, Yara avrebbe fatto tappa prima di sparire. Ancora, diverse le intercettazioni telefoniche dove il ragazzo chiedeva alla propria fidanzata di distruggere una scheda del telefonino e invocava il suo Dio Allah.

Per taluni tanto basta per condannarlo come colpevole assieme a tutti i suoi connazionali; non per gli investigatori però, che sebbene sulle prime sospettino fortemente di lui, in seguito lo scagioneranno pienamente.

Tutto frutto di coincidenze e di errate traduzioni dall’arabo (sic); il destino di una persona e di un popolo a volte è nella mani di un interprete.

L’Italia è un Paese inquisitorio e razzista?

E’ un’affermazione questa  cui non ho mai voluto dar credito;  la patria del garantismo giuridico e la culla della cultura cattolica come incubatrici di rozzezza e intolleranza, una scelleratezza dell’intelletto prima ancora che una contraddizione in termini, questo è ciò che credevo fino a qualche tempo fa.

“Chi non ha una casa e un lavoro, già in difficoltà per la diversità di usi e costumi, è più facile che delinqui.” E’ il manifesto della Lega Nord, tanto vituperata dai valori della sinistra quanto guardata con rispetto e attenzione dagli uomini che militano nei partiti progressisti.

“L’assistenza sanitaria non può essere per tutti, le risorse sono limitate e il discrimine non può che essere la cittadinanza. Il diritto ad essere curati spetta innanzitutto agli italiani poi a tutti gli altri”. Altro principio della Lega ugualmente aborrito dalla cultura di sinistra ma rispettato e in parte condiviso dagli uomini che in quegli ideali dicono di riconoscersi.

“L’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva” art. 26 secondo comma della Costituzione Italiana.

“La responsabilità penale è personale” (sic) art. 27 primo comma della suddetta.

Il diritto all’esistenza come valore intrinseco dell’essere umano, da tutelare e rispettare a prescindere da qualsiasi altro fattore.

Sono questi i valori che segnano il discrimine tra la civiltà e la barbarie.

Sono questi gli ideali in cui da sempre mi riconosco come uomo prima ancora che come giurista.

Sono queste le “utopie” di un giovane evidentemente già vecchio che lungi dall’appartenere a questa o quella patria si sente solo un cittadino del mondo sempre più convinto che il male non è mai di un popolo ma solo dei singoli.

 

Raffaele de Chiara

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Un volo da un’anonima stanza al quarto piano di un ospedale romano. Così se ne è andato per sempre in un’uggiosa sera di novembre Mario Monicelli, uno dei più grandi registi del cinema italiano. Aveva 95 anni. “I soliti ignoti”, “La grande guerra” e “Un borghese piccolo, piccolo” sono solo alcuni dei suoi capolavori tragicomici che hanno fatto la fortuna del cinema in Italia e nel mondo.  La sciatta italietta si interroga ora sul significato di quel gesto estremo. Grandissimo atto di coraggio secondo alcuni, mossa disperata di un uomo solo, secondo altri. Darsi la morte a 95 anni quando ancora si è governati da una piena lucidità e da una passione civile che anche in tarda età ti porta a scendere in piazza per protestare, cosa rappresenta per i giovani?

Semplicemente la libertà, declinata in una delle sue più nobili espressioni: la salvaguardia della propria dignità.

In quel corpo straziato in terra coperto a malapena da un lenzuolo che intriso di pioggia lascia intravedere i resti di un corpo anchilosato dal tumore alla prostata, che a quanto pare non gli avrebbe più lasciato scampo, vedo l’ultimo sussulto di probità di un uomo che ha fatto dell’autodeterminazione una propria ragione di vita.

In quelle spoglie ricomposte in una bara di legno ed esposte con grande sobrietà all’interno della “Casa del Cinema” di Roma con sullo sfondo il primo piano del suo volto, lungi dal trasmettere coraggio o disperazione  lancia un unico messaggio: comunque voi la pensiate non smettiate mai di credere nelle vostre idee e nei vostri valori.

Nel dolore opportunamente nascosto dei familiari colgo la grandezza del rispetto di scelte che in fondo appartengono soltanto a chi dell’esistenza ne è padrone: Dio per i credenti, l’uomo per chi non è baciato dal dono della fede.

Amo la vita, del resto alla soglia dei trent’anni è difficile che sia diversamente; ma quel volo di un uomo libero che quasi centenario decide di dire basta senza il lezzo ripugnante del sotterfugio, l’eutanasia sebbene vietata in Italia è consentita altrove o applicata di fatto anche qui, mi ha insegnato ciò che nella vita davvero conta: il rispetto degli altri senza  mai rinunciare alla propria libertà.

Grazie maestro.

 

Raffaele de Chiara

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Una nuova speranza

Voglia di riappropriarsi della propria esistenza e desiderio di credere in un sogno che sia finalmente reale e non più di cartapesta. Figure impaludate, bramosìa di potere e riproposizione stantìa di una favola dal finale deludente mille volte ascoltata.In questi giorni a confrontarsi sono due Italie quella vetusta e decadente dell’attuale maggioranza politica e quella nuova e fresca dei tanti giovani studenti e non, che dai tetti delle università piuttosto che dai più importanti monumenti delle città, gridano la loro voglia di cambiare la società e il loro diritto all’esistenza.

«Invece che contestare i ragazzi dovrebbero fare la corte alle ragazze» è questa la risposta malata del presidente del consiglio Silvio Berlusconi che più che sminuire la portata di questa ventata di nuovo la rafforza regalandole nuova linfa e dignità.

Osservo gli adolescenti protestare per i propri diritti negati fianco a fianco con chi adolescente non lo è più ma che una famiglia ugualmente non può realizzarla perché una società stoltamente egoista gliel’ha negata; e finalmente mi sento orgoglioso di essere un cittadino italiano. 

 Si vuole voltare pagina e ci si batte per il proprio diritto alla felicità ma il  parlamento sordo e insensibile discute sulla valenza volgare o meno del termine “vajassa” che il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna ha rivolto alla sua collega di partito Alessandra Mussolini.

Napoli muore soffocata dai miasmi dei rifiuti e nel palazzo a Roma ci si sbizzarrisce per spartirsi gli ultimi scampoli di potere  esattamente come topi  quando la nave affonda e caparbi rosicchiano famelici gli ultimi pezzi di risulta. Nicola Cosentino coordinatore del pdl in Campnia e Mario Landolfi altro capetto locale del partito reclamano nella gestione dei rifiuti più poteri alle provincie governate da uomini a loro vicini, il ministro Carfagna si batte invece perché le responsabilità vengano affidate al governatore Stefano Caldoro uomo a lei politicamente riconducibile.

I cittadini reclamano chiarezza riguardo un quadro politico dai contorni sempre più indistinti ed evanescenti, c’è ancora una maggioranza e se sì da quali partiti è composta? Ma il governo glissa e continua a raccontare le fandonie di un Paese che sebbene con qualche difficoltà continua a prosperare.

Avevo perso qualsiasi speranza per i miei figli, se mai avrò la possibilità di creare una famiglia, di vedere un Paese diverso da quello accecato dallo scintillìo del denaro e dal meretricio dei corpi e delle menti, ma in questi ragazzi scorgo ora un lucore che spero diventi presto una solida realtà: la realizzazione di un Paese finalmente normale.

 

Forza ragazzi! Ci separano un decennio e forse più, ma il vostro futuro così come vi appare ora è il presente della nostra generazione, non permetteremo che vi si rubi quello che a noi fu già tolto.

 

Raffaele de Chiara

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«Avevo soltanto diciotto anni all’epoca» la guardo negli occhi e cerco di immaginarla poco più che adolescente ma non ci riesco, è quasi contro natura rappresentarsi la propria madre da ragazzina. In tv i titoli del tg della sera danno la notizia della sentenza dell’ultimo processo riguardante la strage di Piazza della Loggia a Brescia; nel mentre la conduttrice con voce chiara e ferma scandisce: «Tutti assolti per insufficienza di prove i cinque imputati» sullo schermo scorrono le immagini di allora. Si manifestava pacificamente contro il fascismo quando alle 10:12 del 28 maggio 1974 l’esplosione di una bomba uccise otto persone e ne ferì cento.

«Ero all’inizio della carriera e ricordo ancora alla perfezione quella mattina quando mi chiamarono e mi chiesero di correre a Brescia. “E’ successo qualcosa” mi dissero, null’altro. Dopo un po’ mi ritrovai a calpestare sangue e cadaveri»

Lo guardo in volto, il viso severo è rabbonito solo da un rassicurante sorriso che vezzeggia senza inficiare la normale distanza che sempre c’è tra un direttore e un redattore. Giuliano De Risi direttore, de l’Agi” la seconda agenzia di informazione in Italia dopo “l’Ansa”, era anche lui lì e fu tra i primi cronisti ad accorrere.

Cerco anche questa volta di raffigurarmi il mio interlocutore diverso da come mi appare oggi ma è opera vana, ho ventotto anni e da allora ne sono trascorsi trentasei.

«In quella strage ho perso il fratello di colei che sarebbe poi divenuta mia moglie e da quel momento giurai a me stesso che avrei fatto di tutto perché l’Italia non dimenticasse» Mario Arpaia alle soglie ormai della pensione è il presidente di “Associazione Condivisa” un’onlus attiva nel preservare la memoria e il rispetto di vittime innocenti di ogni colore politico che hanno pagato con la vita per colpe mai avute.

 Anche ora cerco con la mente di catapultarlo a trentasette anni orsono quando magari i suoi capelli bianchi erano neri e il suo simpatico viso solcato ora da qualche ruga completamente disteso e raggiante, ma non ci riesco, il presente prende il sopravvento.

Otto morti, cento feriti e trentasei anni di processi non sono stati in grado di esprimere una ricostruzione univoca riguardo quella carneficina.

Rabbia ma soprattutto disorientamento è ciò che provo oggi nel guardare l’incanutirsi di mia madre; lo sguardo rigido di quel cronista di allora, affermato direttore oggi e il battersi senza sosta di un giovane divenuto ormai uomo segnato da un lutto senza ragione.

Intanto sullo sfondo della Storia, imperterrita e cinica continua a campeggiare un’unica verità: sono morti perché si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

 

Raffaele de Chiara 

*Pubblicato anche da “SECOLO d’ITALIA”  del 26/11/2010 Rubrica delle lettere

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